Crisi anche nella moda, ma spiragli arrivano proprio dall’Asia

Stare a casa. Per ridurre il più presto possibile i tempi della crisi. Carlo Capasa, presidente della Camera della moda italiana, non si stanca di ripeterlo, nelle interviste, sui social, ovunque: «Se stiamo tutti veramente a casa 14 giorni, senza deroghe, forse il problema riusciamo a contenerlo in tempi rapidi. Dobbiamo stare a casa in primo luogo per tutelare la salute altrui, pensando che possiamo involontariamente far ammalare altre persone. E dobbiamo stare a casa anche per rispetto della nostra economia: più siamo rapidi, più possiamo pensare a una ripresa. Altrimenti, se i tempi si dilatano, ci sarà una selezione molto dura, si perderanno aziende e occupazione, per questo dobbiamo essere molto coesi». Che la moda-lusso insieme al turismo sarebbero stati tra i settori più colpiti dalla crisi da Covid-19 era apparso chiaro fin dai primi giorni. Sono due sistemi interconnessi, che dipendono fortemente dalla clientela internazionale: quella che viene in Italia per fare le vacanze e quella che acquista abiti, borse, cosmetici in giro in Italia e in giro per il mondo. Come interconnessi tra di loro, lusso e turismo, lo sono con l’immagine del Paese: dipendono dalla sua forza o debolezza e, allo stesso tempo, contribuiscono a darle forza o debolezza. Non è un caso che siano state aziende della moda e del lusso a chiudere i negozi prima ancora che arrivasse l’indicazione del governo, da Calzedonia ad Armani, da Geox a Luisa Spagnoli, Kiko, Zuiki, Alcott e Gutteridge, giusto per citare alcuni nomi. «Non si può dire che il sistema si sia tirato indietro», commenta Capasa.

Affermare che la preoccupazione è alta è poco. Per riassumere lo stato delle cose con le parole del manager di un grande nome del lusso, «i numeri sono in picchiata e non sappiamo quanto dura». Un mese fa le imprese interpellate da Boston Consulting group per Altagamma e Bernstein si attendevano nel 2020 un calo tra i 30 e i 40 miliardi di euro di ricavi. Ma erano fiduciose di un rapido voltare pagina già nel 2021. Come era stato per la Sars: sparita l’epidemia erano tornati i consumi. A un mese di distanza il sentimento è diverso. «Spero — dice Claudio Marenzi, presidente di Confindustria moda e di Pitti immagine — che per le settimane della moda di giugno saremo fuori dal tunnel. Ma bisogna vedere cosa succederà agli altri Paesi, se chiudono la Germania o gli Usa… Sarebbe un danno enorme, sono tra i nostri mercati principali». Per questo Marenzi pensa che la crisi «si ripercuoterà sulle imprese almeno per un anno e mezzo».

La grande incognita oggi è proprio l’Europa. Questa crisi è come un grande domino di cui non si vede la fine. Perché se la Cina sta iniziando a mostrare segni di ripresa, l’Europa è un punto interrogativo, come sottolineano gli analisti di Jefferies nel loro rapporto sul lusso di pochi giorni fa. La società di investimenti americana stima, infatti, che la Cina tornerà a essere positiva a giugno: pur se molto graduale, una inversione di tendenza è iniziata già a metà febbraio e il trend si sta consolidando nelle grandi città. Si tratta di cali sempre molto pesanti, ma se a gennaio Shanghai faceva -95% sull’anno precedente, ora si attesta a -60%. Corea e Giappone, che pure non sono mai scese quanto la Cina, sono previste in ripresa a fine estate: gran parte della loro clientela è cinese e quindi bisogna attendere il risveglio di Pechino. E l’Europa? Difficile dire allo stato attuale, ma secondo Jefferies è possibile che la ripresa non arrivi fino a Natale. Le variabili sono davvero tante — stop dei voli, epidemia che passa da un Paese all’altro, crisi economica — e di conseguenza vari sono gli scenari: Jefferies oscilla tra un (ottimistico) – 4% e un (pessimistico) -18%. Tenendo una media, che corrisponde ai circa 40 miliardi di euro di Bcg, significa perdere in un anno il doppio di quanto perso tra il 2008 e il 2009, l’anno peggiore del lusso mondiale.

Non è solo un problema italiano. Mercoledì 11 marzo, si è svolto — in video conferenza — il «tavolo europeo» dell’industria dell’eccellenza: presenti Altagamma, Comitè Colbert, Walpole, Meisterkreis e Circulo Fortuny che compongono l’Eccia. Obiettivo scambiarsi e dare all’Europa stime e previsioni. Perché, quando tutto sarà finito, si dovrà ripartire. Tutte le associazioni hanno inviato al governo suggerimenti e richieste, alcune già accolte. Marenzi lo definisce un piano Marshall «di mantenimento di ciò che abbiamo. L’Italia è un Paese insostituibile, ma non deve perdere posizioni». Per fortuna in questo periodo si lavora uniti. «Stiamo assistendo a una grande coesione collettiva e questo è molto positivo — dice Matteo Lunelli, presidente di Altagamma —. C’è la necessità di un forte dialogo, anche perché il governo ha bisogno di poche voci e univoche». Confermato che al primo posto c’è la salute, Lunelli ricorda che le aziende dell’alto di gamma sono solide e una volta usciti dall’emergenza faranno da locomotiva a quel mondo di piccole e medie imprese e di artigiani che — aggiunge Marenzi — sono la forza del Paese perché assicurano velocità e flessibilità, ma al tempo stesso hanno anche fragilità. È al mantenimento della filiera che si rivolgono le proposte avanzate da Camera della moda, Confindustria moda e Altagamma, molto in sintonia tra di loro e alcune già attuale dal governo. «Abbiamo proposto interventi come la riduzione della contribuzione fiscale, previdenziale e assistenziale — dice Lunelli —; la richiesta di una Cassa integrazione speciale; dilazione per le scadenze dei mutui e linee di credito per superare crisi di liquidità per salvaguardare soprattutto le nostre filiere. Abbiamo poi suggerito anche alcune misure strutturali che prevedono l’utilizzo della leva fiscale per premiare le aziende che re-investono gli utili e si impegnano in attività di ricerca e sviluppo. Infine abbiamo pensato al settore del turismo, particolarmente colpito dall’emergenza, chiedendo che venga definito uno stato di crisi del comparto, sospensione o dilazione dei versamenti delle ritenute e specifiche agevolazioni fiscali per gli operatori dell’ospitalità. Si è quindi evidenziata la necessita di varare un progetto di comunicazione concertato per rilanciare l’immagine del Paese». Sulla ricostruzione dell’immagine del Paese si giocherà una grande partita. Perché sparisca l’idea che l’Italia è quel puntino nel mondo in mezzo al Coronavirus

Fonte: Corriere.it

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