Gianluca Di Gennaro: “La fragilità non dovrebbe restare solo cinema”

Tra un’adolescenza vissuta troppo in fretta, uomini che imparano a mostrarsi vulnerabili e una Napoli ancora piena di storie da raccontare

C’è qualcosa di raro, in Gianluca Di Gennaro, che non si spiega solo con il talento. È una certa lucidità, acquisita troppo presto, come succede a chi impara il mondo attraverso personaggi che abitano i margini, prima ancora di abitare davvero la propria adolescenza. Attore da quando aveva tredici anni, cresciuto tra set difficili e famiglie d’arte, Di Gennaro ha fatto della vulnerabilità il suo strumento più preciso. L’abbiamo incontrato per parlare di mestiere, di Napoli, e di tutto quello che ancora non ha avuto il coraggio, o il tempo, di raccontare.
Hai iniziato prestissimo. Se guardi quel bambino oggi, secondo te ha scelto davvero o è stato scelto da questo mestiere?
A dodici, tredici anni non credo ci sia qualcuno che possa davvero desiderare di fare questo come mestiere, almeno non in modo cosciente. Io non avevo questo tipo di obiettivo, né questo sogno. È avvenuto tutto molto rapidamente, per caso, attraverso un susseguirsi di circostanze che mi hanno avvicinato a questo mondo, entrando quasi dalla porta principale, con Certi Bambini, il film in cui ero protagonista a soli tredici anni. Poi però l’ho scelto io. Dopo essere stato scelto dal mestiere, me ne sono innamorato. Con i miei tempi, con gli anni, ho capito che quello sarebbe stato il lavoro della mia vita.
C’è qualcosa che senti di non aver vissuto “normalmente” proprio perché lavoravi già da piccolo?
Sì, indubbiamente l’adolescenza. Guardo i miei conoscenti e hanno fatto gruppo sin dai tempi del liceo, quei quattordici, quindici anni che sono fondamentali per creare legami importanti. Io non ho potuto farlo perché ero preso da esperienze nuove, non posso nemmeno chiamarlo lavoro a quell’età, però frequentando poco i coetanei ho legato molto meno. Ad oggi loro hanno rapporti consolidati, legami forti, e io questo non l’ho avuto. Le amicizie vanno coltivate, e io con la mia assenza non l’ho potuto fare. E poi la spensieratezza, quella bellezza di avere come unico problema il brutto voto a scuola, mentre io avevo già altri pensieri, anche altre soddisfazioni. È un compromesso però, e lo accetto volentieri.

Il primo grande ruolo è stato anche molto duro emotivamente. A quell’età si capisce davvero cosa si sta raccontando o si assorbe tutto senza filtri?
Sono fortunato perché provengo da una famiglia d’arte, mio nonno, i miei zii hanno sempre vissuto di spettacolo, e sapevano come gestire un ragazzino di tredici anni. Mia madre, pur non facendo l’attrice, era molto presente. Indubbiamente non si ha piena consapevolezza di quello che si va a interpretare, e certi temi – microcriminalità, ragazzi a rischio, delinquenza giovanile – si conoscevano, ma non erano così diffusi come oggi. Nel caso di quel film, c’era anche uno psicologo che mi seguiva, che interveniva nei momenti più difficili per aiutarmi a capire il senso di quello che stavo facendo. Credo che quella figura dovrebbe accompagnare molti set, non solo quelli con minori. Aiuta il percorso umano dell’attore quanto quello artistico del personaggio.
Molti dei tuoi ruoli hanno a che fare con marginalità, violenza, disagio. Hai mai avuto paura che quel tipo di immaginario finisse per definirti anche fuori dal set?
No, non è mai stata una mia preoccupazione. So bene che purtroppo gli attori vengono spesso riproposti in ruoli simili, e fino a un certo punto può anche andare bene. Ma bisogna essere intelligenti e cercare di cambiare, di mettersi in discussione con cose totalmente diverse, il più spesso possibile. Sia per essere stimolato personalmente, sia per dare al pubblico una versione diversa di te. Chi guarda in modo superficiale può farsi condizionare da quello che vede, ma non è qualcosa che mi ha mai tolto il sonno.
Hai parlato spesso di fragilità come qualcosa che ti interessa raccontare. Secondo te il pubblico è pronto davvero a vedere uomini fragili o lo accetta solo finché resta “cinema”?
Non me lo sono mai posto come problema. Se lo sono io, a mostrare le mie fragilità? Assolutamente sì. Ma pensandoci adesso, credo che anche il pubblico lo sia. Viviamo in un periodo in cui tutto è facciata, tutto è vetrina, tutti sembriamo perfetti e mostriamo solo il positivo. Credo che togliersi qualche maschera, mostrare in modo onesto e fiero anche le proprie debolezze, sia quasi un’esigenza collettiva. Non deve restare un discorso cinematografico. Deve allargarsi, diventare sociale.
Negli ultimi anni Napoli è diventata quasi un genere cinematografico. Secondo te si sta raccontando la città o la si sta strumentalizzando?
Ci vorrebbero ore per rispondere bene a questa domanda. È positivo che se ne parli tanto, Napoli è qualcosa di estremamente unico, piena di tutto, con il bene all’ennesima potenza e il male in ogni forma all’ennesima potenza. Un paradosso costante, e proprio per questo affascinante. Di conseguenza è diventata un set naturale: basta cambiare canale e tre serie su cinque sono ambientate qui. La strumentalizzazione arriva dopo, come sempre: quando qualcosa funziona, si tende a replicarlo facendo brutte copie. Ma essendo una città con così tanti spunti, la si può ancora raccontare in modi nuovi, che non sono stati ancora sdoganati. C’è speranza.
Il successo di certe serie ha dato più voce alla città o ha finito per cristallizzarla sempre nello stesso immaginario?
Un po’ entrambe le cose. Ci sono prodotti che hanno fatto molto bene a questa città, e lo vediamo anche dal turismo: prima c’era il giubbotto antiproiettile come metafora di chi scendeva a Napoli, oggi la città è stracolma di visitatori. La televisione ha collaborato a questo cambiamento. E le storie difficili, quando sono state raccontate con gli occhi della denuncia, non hanno penalizzato la città, l’hanno semmai rappresentata con onestà. Napoli non ha perso sotto questo punto di vista.
Se potessi raccontare Napoli oggi in un modo completamente diverso da quello dominante, da dove partiresti?
Non saprei indicare una storia in particolare, ce ne sono tante, belle, che vale la pena raccontare. Ma penso spesso a quella Napoli che non si vede più, eppure si sa benissimo che esiste. Penso all’ironia, alla leggerezza, alla poesia di Troisi, non a un film specifico, ma a quel modo di raccontare le persone di questa città, quella grazia nel guardare il mondo. Tornare a trasmettere quel tipo di emozioni, accostarlo alla Napoli di oggi, sarebbe bello. E su qualche progetto, spero di poterlo fare.

Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che oggi vuole fare l’attore, cosa gli diresti senza filtri?
Tralascio i consigli ovvi sullo studio, quello si sa. La cosa più importante, per me, è formarsi prima come persone. Questo è un lavoro molto altalenante: ci sono picchi violenti verso la popolarità e picchi altrettanto violenti verso l’invisibilità, momenti in cui bisogna fare i conti con se stessi. Se non hai delle basi solide, delle spalle larghe, rischi di perdere l’equilibrio. Prima costruisci te stesso come persona, poi mettiti in gioco con tutte le montagne russe che questo mestiere comporta.
Qual è la storia che senti di non aver ancora avuto il coraggio o la possibilità di raccontare?
Non mi sono ancora spostato dall’altra parte, quella della regia, del racconto in prima persona. Per ora ho sempre interpretato storie che altri mi hanno affidato. Ma mi auguro, in un futuro non troppo lontano, di poter raccontare qualcosa di mio. E lì non credo che mi mancherà il coraggio, perché se senti davvero il dovere e il piacere di raccontare qualcosa, il coraggio viene da sé. Spero solo che quel momento arrivi presto.



