Antonella Oliviero, l’imprenditrice campana che ha trasformato il digital divide in opportunità
Antonella Oliviero, CEO di Consulsat e founder di LabTV, racconta la sua storia di imprenditoria femminile, innovazione digitale e sviluppo delle aree interne della Campania.
Antonella Oliviero, CEO di Consulsat e founder di LabTV, ha costruito una storia imprenditoriale che parte da Torrioni, piccolo comune della provincia di Avellino, e arriva a connettere centinaia di territori campani. Alla base di tutto non c’era un piano prestabilito, ma un problema concreto: l’assenza di una connessione affidabile in un’area interna dove lavorare, studiare e fare impresa poteva diventare più complicato che altrove.
Da quella necessità, Antonella Oliviero ha dato vita a Consulsat, azienda oggi attiva nella connettività, nei servizi per le imprese, nella sicurezza informatica e nel cloud. Un percorso nato dall’ascolto di un territorio e cresciuto con la capacità di riconoscere, dietro una difficoltà diffusa, una possibilità reale di sviluppo. Perché il digital divide non riguarda soltanto la velocità della rete: incide sulla libertà di lavorare, accedere ai servizi, far crescere un’attività e scegliere di vivere nel luogo da cui si proviene.
Nel tempo, l’imprenditrice campana ha allargato il proprio sguardo anche all’informazione e all’innovazione, con LabTV e con progetti legati alle nuove tecnologie. La storia di Antonella Oliviero racconta un’idea di empowerment femminile che prende forma nelle scelte quotidiane: individuare un bisogno, assumersi il rischio di una visione, costruire una squadra e far evolvere un’impresa senza perdere il legame con le proprie radici.
In questa intervista parliamo di imprenditoria femminile, innovazione digitale, aree interne, leadership e della possibilità di trasformare un limite in un progetto capace di creare valore nel tempo.

Antonella, lei ha trasformato un bisogno concreto del suo territorio in un’impresa capace di connettere centinaia di comuni. Ricorda il momento in cui ha capito che quell’intuizione poteva diventare un progetto reale?
In realtà Consulsat nasce prima ancora che io potessi immaginare di costruire un’impresa. Nasce nell’oratorio di Torrioni, grazie ad un frate venuto dal Benin e al parroco del paese, da un problema molto semplice e concreto: riuscire ad avere una connessione Internet in un piccolo paese dove, all’epoca, le alternative erano pochissime. La mancanza di una connessione veloce mi aveva costretta ad aprire un ufficio ad Avellino con costi elevati per fare i lmio lavoro di consulenza alle imprese in relazione alle agre di appalto.
Cominciai quasi per ostinazione, cercando una soluzione a un problema che vivevo in prima persona. Non avevo competenze specifiche nel settore delle telecomunicazioni e non avevo alle spalle una struttura già organizzata. Avevo però la curiosità di capire se quella difficoltà potesse essere superata.
E il primo a credere in quello che stavo facendo fu mio padre. La cosa particolare è che neanche lui aveva conoscenze tecniche in questo campo, ma non ebbe bisogno di capire fino in fondo la tecnologia per sostenermi: si fidò di me e della mia idea. Mi accompagnò fin dall’inizio in quella che, allora, era poco più di una scommessa.
Ed è bello pensare che, vent’anni dopo, sia ancora lui ad aprire ogni mattina l’azienda. È un gesto semplice, quasi quotidiano, ma per me racchiude tutta la storia di Consulsat: c’era quando tutto era soltanto un’idea e c’è ancora oggi.
Poi arrivarono i primi esperimenti con la banda satellitare, le prime attivazioni e, quasi inaspettatamente, i primi sessanta clienti di Altavilla Irpina. Poco dopo arrivarono anche le prime amministrazioni comunali: Ceppaloni, Petruro Irpino e Altavilla Irpina. Fu allora che quello che era nato per risolvere un nostro problema cominciò a rispondere al bisogno di un intero territorio.
Credo che sia questo il momento in cui ho capito che Consulsat poteva diventare davvero un’impresa: quando mi sono resa conto che il problema dal quale ero partita non era soltanto il mio. Forse è stato allora che ho capito davvero che da quel bisogno poteva nascere un’impresa.
Ha scelto di costruire la sua impresa in un luogo dal quale spesso si sente dire che bisogna andare via. Che cosa le ha insegnato la provincia e quali possibilità può offrire, oggi, a chi sa guardarla con occhi diversi?
La provincia (Torrioni è uno dei paesi più piccoli della Campania) mi ha insegnato soprattutto a vedere le opportunità dentro le difficoltà. È una frase che ripeto spesso, perché rappresenta davvero la mia esperienza: dalle difficoltà nascono le opportunità e oggi ringrazio proprio quelle difficoltà.
Se vent’anni fa a Torrioni avessi avuto una connessione perfetta, probabilmente Consulsat non sarebbe mai nata. Il problema che vivevo io era lo stesso di tante famiglie, imprese e amministrazioni dei piccoli Comuni. Quindi quello che sembrava uno svantaggio del territorio è diventato il punto di partenza di un progetto imprenditoriale.
Non penso che per realizzarsi sia necessariamente obbligatorio andare via. Si può partire, studiare, conoscere altre realtà, ma si può anche scegliere di tornare e costruire. Le aree interne hanno tanti problemi, sarebbe sbagliato negarlo, ma proprio perché hanno bisogni ancora senza risposta possono offrire spazio a nuove idee. Bisogna imparare a guardarle non soltanto per quello che manca, ma anche per quello che può essere creato.
Il digital divide viene spesso raccontato come una questione tecnica. Nella sua esperienza, quanto può incidere invece sulla vita quotidiana, sul lavoro e perfino sulla libertà di scelta delle persone?
Per me il digital divide non è mai stato soltanto un problema di megabit o di tecnologia. L’ho conosciuto prima da cittadina e poi da imprenditrice. Quando una famiglia, un professionista, un’impresa o una scuola non dispone di una connessione adeguata, non ha semplicemente “Internet più lento”: parte da una condizione di svantaggio.
In questi vent’anni abbiamo visto cambiare completamente il ruolo della connettività. Oggi significa poter lavorare, studiare, accedere ai servizi, fare impresa e decidere anche di continuare a vivere in un piccolo Comune senza essere necessariamente penalizzati.
Per questo ho sempre considerato il nostro lavoro anche come un servizio al territorio. Gli operatori di prossimità sono arrivati in tanti luoghi nei quali i grandi operatori non avevano interesse ad arrivare. E spesso lo abbiamo fatto conoscendo personalmente quei territori e le persone che ci vivevano. Ridurre il divario digitale significa anche aumentare la libertà di scegliere dove vivere e dove costruire il proprio futuro.
Da Consulsat a LabTV, fino alle nuove tecnologie, ha attraversato mondi diversi senza restare dentro una definizione rassicurante di sé. Come riconosce il momento in cui è necessario cambiare prospettiva e aprire una nuova direzione?
Non ho mai avuto paura di cambiare direzione, purché ci fosse una ragione per farlo. In realtà vedo un filo comune tra Consulsat, LabTV e i progetti che sono arrivati dopo: la comunicazione e la connessione tra le persone.
Cerco sempre di osservare quello che sta cambiando intorno a me. Quando mi accorgo che una tecnologia, un’esigenza o un nuovo modo di comunicare può aprire una possibilità, comincio a studiarlo. Non significa abbandonare ciò che si è costruito, ma farlo evolvere.
Consulsat stessa oggi è molto diversa da quella degli inizi. Siamo partiti dal satellitare poi il wireless e nel tempo sono arrivati fibra, servizi alle imprese, sicurezza informatica, cloud e nuove infrastrutture. Anche LabTV si è evoluta: dalla televisione locale tradizionale alle piattaforme digitali e alla televisione ibrida. Credo che il rischio più grande per un imprenditore sia pensare che ciò che ha funzionato ieri debba necessariamente funzionare anche domani.
Fare impresa significa anche assumersi la responsabilità delle persone che lavorano con lei. Qual è stata la lezione più importante, e magari più difficile, che ha imparato sul rapporto tra ambizione, leadership e squadra?
Ho imparato che un’impresa non cresce davvero se cresce soltanto chi la guida. All’inizio facevamo tutti un po’ di tutto. Io stessa guidavo, accompagnavo i ragazzi durante le installazioni, portavo materiali e cercavo di risolvere i problemi insieme a loro. Eravamo una squadra prima ancora di avere una vera organizzazione.
Con il tempo cambiano le dimensioni, aumentano le responsabilità soprattutto quelle legate al futuro di chi lavora con te e diventa necessario imparare anche a delegare. E per me questa non è stata sempre la cosa più semplice. Quando hai costruito qualcosa partendo da zero, hai la tentazione di voler controllare tutto.
Ho capito, invece, che guidare significa soprattutto creare le condizioni perché le persone possano assumersi responsabilità, crescere e sentirsi parte del progetto. L’ambizione è importante, ma se rimane soltanto personale ha un limite. Quando diventa un obiettivo condiviso, può portare molto più lontano.
In passato ha detto che l’essere donna non ha rappresentato un ostacolo nel suo percorso imprenditoriale. Oggi, con l’esperienza maturata, che cosa direbbe a una donna con un’idea forte ma ancora incerta sul coraggio di trasformarla in impresa?
Continuo a pensare che essere donna non sia stato l’elemento che ha determinato le difficoltà del mio percorso. Le difficoltà ci sono state, e tante, ma le ho sempre affrontate come imprenditrice.
A una donna che oggi ha un’idea direi soprattutto di non aspettare il momento in cui si sentirà completamente pronta, perché probabilmente quel momento non arriverà mai. Quando ho iniziato io non avevo tutte le risposte, non avevo grandi risorse e certamente non potevo immaginare quello che sarebbe successo nei vent’anni successivi.
Avevo però individuato un problema reale e avevo deciso di provare a risolverlo. Si può iniziare anche senza avere tutto perfettamente definito. L’importante è studiare, avere consapevolezza dei rischi, circondarsi delle persone giuste e non lasciare che la paura di sbagliare impedisca di cominciare. Molte delle opportunità più importanti della mia vita sono nate proprio da situazioni che, inizialmente, sembravano difficoltà.
Guardando oggi l’azienda, qual è la cosa che la sorprende di più rispetto a quando siete partiti?
Mi sorprende pensare alla distanza tra ciò che siamo oggi e quelle prime giornate. Quando ripenso all’oratorio, ai primi esperimenti, alla banda satellitare, ai sessanta clienti di Altavilla, alle prime installazioni e a me che facevo da autista e portavo i materiali insieme ai ragazzi, mi rendo conto di quanta strada abbiamo fatto.
Ma forse ciò che mi emoziona maggiormente non sono le dimensioni raggiunte o le tecnologie che utilizziamo oggi. È la continuità. Ci sono clienti e Comuni che ci hanno dato fiducia quando eravamo appena partiti e che, dopo vent’anni, sono ancora con noi.
Questo per me ha un valore enorme, perché significa che non abbiamo costruito soltanto una rete. Abbiamo costruito rapporti.



