Ralph Fiennes: “Invecchiare, che sollievo”

E’ un cliché dei più triti, ne sono consapevole, quello del British gentleman. Ralph (leggi Reif) Fiennes ha profilo e tratti distinti, uno spirito low profile, modi corretti e mai affettati. Ama la letteratura, la musica classica (le sonate per piano di Beethoven, in particolare), la danza – ha diretto un film sul ballerino russo Rudolf Nureyev, Nureyev-The White Crow. E ama soprattutto il teatro, che ha sempre inseguito. Da quando debuttò, 24enne, all’Open Air Theatre di Londra con Sogno di una notte di mezza estate e La dodicesima notte, Shakespeare è rimasto la passione più profonda, quella più assidua: alla Royal Shakespeare Company e al National Theatre è di casa.

Hollywood l’aveva immediatamente accolto a braccia aperte, riservandogli ruoli psicologicamente complessi, affibbiandogli un’anima torturata e passionale. Eclettico e indipendente, sempre lì a misurarsi con generi diversi, lattore ha per decenni evitato accuratamente di lasciarsi ingabbiare, passando dalla parte del nazista austriaco di Schindler List al personaggio di M (il capo di M.I.6 della saga di James Bond), con parentesi giocose in Ave, Cesare! dei fratelli Coen e in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Sul palcoscenico ritorna sempre, con regolarità: nel 1995 per il suo Hamlet ha strappato un Tony come migliore attore dell’anno e due anni fa a Londra al National è stato osannato in Antony and Cleopatra.

Con la giornalista è riservato ma gentile, la conversazione scorre fluida: è più teorica quando analizza la struttura di un testo russo, si fa leggera quando invece accenna a viaggi, moda e costumi: in ogni caso sempre piacevole. Se rispolvero le vecchie interviste – quando Fiennes, poco più che trentenne, era appena diventato un rubacuori hollywoodiano con Il paziente inglese, La cospirazione o Fine di una storia – riconosco la stessa esitazione a raccontarsi, a svelare il privato. La fama improvvisa lo aveva costretto a isolarsi – mi diceva allora – per custodire la vita personale. «Il mio personaggio, la mia performance sono per me quello che conta, perché dovrei rendermi visibile in altro modo se non quello professionale?». Proprio quel fascino evidente ma lievemente distante, la sensualità misurata, l’aria enigmatica avevano conquistato un po’ tutte.

Ora, a 58 anni, con un solido passato di successi e riconoscimenti vari e un carnet zeppo di nuovi film (dopo No Time to Die, l’ultimo capitolo di 007, lo vedremo in The King’s ManThe Dig e The Forgiven) trovo in lui una maggiore rilassatezza, quasi il piacere di lasciarsi andare. E sorride quando parla di se stesso e dei suoi ruoli. L’armonia che aveva sempre corteggiato nella recitazione sembra ora riflettersi anche nella vita. Garbato, paziente ed elegante in una camicia di lino bianca, ci parla via Zoom da Londra.

A Londra, nella mia casetta, solo. Mi sono sentito discretamente autonomo (a leggere e lavorare ai miei progetti a tempo indeterminato) e sicuro, in contatto con amici e familiari. Mi è stata offerta un’occasione ideale per riflettere sul senso della cose, della vita: per quanto mi riguarda è stato un buon momento. Uno stato di grazia, in qualche modo.

Cambiamenti di visione, sorprese?
Il fatto di passare tanto tempo da solo mi ha permesso di pensare alle persone importanti e a ciò che veramente conta. Per primi, ovviamente, sono venuti la famiglia e l’importanza della compagnia. Ho sentito la mancanza del rapporto coi colleghi di lavoro e la cosa mi ha sorpreso: sognavo da tempo un anno sabbatico, forse, era arrivato… (ride)

Il suo passatempo favorito?
Mi piace leggere, sentire ciò che succede quando leggi un gran libro: una scrittura significativa stimola il paesaggio interiore, la tua immaginazione. Ho pensato anche al futuro, perché non ho idea di cosa succederà, ed è stata una sorta di liberazione: in genere mi preoccupa sapere quale sarà il prossimo lavoro, come trovare il tempo di prepararmi alle prove e al set. Con il lockdown ogni ansia è svanita. A essere sincero, ho provato sollievo. Giorni del tutto contemplativi, a scrutare la vita, chi sei veramente, come ti poni al mondo. Non è l’epoca, questa, in cui essere condiscendenti o indulgenti con se stessi: si deve pensare agli altri e alla loro situazione. Forse l’esperienza ha un aspetto positivo per ogni Paese, per la nostra società, in senso lato.

Vorrei chiudere la nostra conversazione con una domanda leggera, di quelle che di regola vengono rivolte alle sue colleghe donne. Cosa prova quando vede sullo schermo le sue immagini di 30 anni fa?
Notare il passare degli anni non è un problema. Se reciti per professione, quando sei giovane l’enfasi è spesso sull’aspetto esteriore, e questo è un fattore da considerare e accettare. Quando invece sei più vecchio provi un tale sollievo! Se ripenso a quegli anni e rivedo la mia immagine… Oh mio Dio, mi pare appartenga a un altro universo.

Intervista a cura di iodonna.it

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