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Villa Crespi e l'arte di innamorarsi della nota a margine

Non sempre ciò che ci colpisce coincide con ciò che ci aspettavamo di amare.

Pensavo che il ricordo più vivido di Villa Crespi sarebbe stato un piatto.
Non è andata così.
A distanza di giorni, ciò che ricordo con maggiore nitidezza non appartiene al cuore della cena, ma alle sue parentesi. E forse è proprio lì che si nasconde la parte più interessante della storia.

Quando si prenota una cena a Villa Crespi, non si prenota soltanto un tavolo. Si prenota una promessa. Quella di vivere qualcosa che vada oltre una semplice cena.

Le tre stelle Michelin, il nome di Antonino Cannavacciuolo, i racconti di chi ci è già stato, le fotografie della villa moresca affacciata sul Lago d’Orta. Tutto contribuisce a costruire un’attesa che comincia molto prima dell’arrivo.

La prima impressione, va detto, è all’altezza della fama.

Villa Crespi è splendida. La sua architettura sembra appartenere a un’altra geografia e a un altro tempo. Le camere sono eleganti senza risultare ostentate, raffinate senza diventare fredde. Ogni dettaglio sembra pensato per accompagnare l’ospite, non per impressionarlo.

Anche il servizio segue la stessa filosofia. Attento, preciso, mai invadente.

Tra le persone che ci hanno accompagnati durante il soggiorno, Maria merita una menzione particolare. Per quella forma di ospitalità che non si insegna e che difficilmente si misura: la capacità di essere presente senza mai occupare la scena.

La sera scegliamo Itinerario, il percorso degustazione che racconta alcuni dei piatti più rappresentativi della cucina di Cannavacciuolo.

L’apertura è probabilmente uno dei momenti più riusciti della serata.

Il “Buon Viaggio”, una successione di amuse-bouche che introduce il percorso, è esattamente ciò che il nome promette. Piccoli assaggi divertenti, intelligenti, costruiti con leggerezza e precisione. Bocconi che accendono la curiosità e ricordano che l’alta cucina, quando vuole, sa ancora giocare.

Per qualche minuto ho pensato che il viaggio sarebbe andato esattamente dove immaginavo. Poi sono arrivate le portate.

Gli Scampi di Sicilia alla pizzaiola con acqua di polpo sono uno dei piatti simbolo della cucina di Cannavacciuolo, un dialogo tra Napoli e Sicilia che racconta due territori attraverso un linguaggio comune. La Linguina di Gragnano con calamaretti e salsa al pane di segale aggiunge una riflessione contemporanea sul recupero e sulla sostenibilità.

Tutto è eseguito con rigore. Tutto è molto buono. Eppure, nel corso della cena, mi sono trovata a rincorrere una sensazione precisa. Lo stupore.
Non quello superficiale dell’effetto speciale, ma quello più raro che costringe a fermarsi un istante. Quello che trasforma un piatto in un ricordo.
Per me, quel momento è arrivato solo a tratti.

Nella Melanzana, la Mandorla e il Pomodoro, uno dei piatti che ho trovato più eleganti e convincenti dell’intero percorso.
Nella Triglia con zucchine alla scapece e provola affumicata, probabilmente la portata che più mi ha emozionata per equilibrio, profondità e identità.

Il resto mi è apparso diverso da come lo avevo immaginato.
Non meno buono, solo più rassicurante.
Più fedele a una cifra stilistica consolidata che orientato alla sorpresa.

È una considerazione personale, naturalmente, e forse racconta più le mie aspettative della cucina che avevo davanti. Ma proprio per questo mi sembra onesta.

Perché se c’è una cosa che Villa Crespi mi ha insegnato è che le esperienze migliori raramente seguono il copione che abbiamo scritto prima di viverle.

La conferma è arrivata nel finale.

La millefoglie di fragole e rabarbaro chiude la cena con precisione e leggerezza, ma è il lavoro del pastry chef Pierfederico Pascale ad aver lasciato il segno più profondo.

Non attraverso la spettacolarità.
Attraverso il desiderio.
Quello di assaggiare ancora.
Quello di tornare.

E poi arriva la mattina.
Una colazione che, da sola, meriterebbe il viaggio.
I cinnamon roll ancora tiepidi. Gli sfogliati. Le torte. Le uova preparate alla perfezione. Una tavola capace di trasmettere la stessa cura che si ritrova nel resto dell’esperienza, ma con una spontaneità che mi ha conquistata immediatamente.

È stato in quel momento che ho capito quale sarebbe stato il mio vero ricordo di Villa Crespi.
Non un piatto. Non una tecnica. Non un ingrediente. Ma una sensazione.

Quella di un luogo che mi ha conquistata proprio dove non stavo guardando.

Forse perché le aspettative hanno un curioso difetto: ci indicano sempre dove cercare. La realtà, invece, sceglie spesso un’altra direzione. E così capita che il momento che immaginavamo decisivo lasci spazio a qualcosa di più piccolo, più discreto, più inatteso.

Una di quelle note a margine che, a rileggere la storia, si scoprono essere la parte sottolineata.

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