FashionInterview

Patrizio Cacciapuoti e la misura dell’identità

Quarant’anni di esperienza e una visione chiara: per Cacciapuoti la sartoria non è esclusività, ma riconoscimento.

Napoli insegna a guardare. A leggere una persona dalla piega del bavero, dalla scelta di un tessuto, dal modo in cui si muove in un abito. C’è un’eleganza che appartiene solo a questa città: non gridata, non esibita, ma sussurrata. Sta nei dettagli, nei gesti. Sembra arrivare da un’altra epoca, ma non appare mai fuori tempo.

Patrizio Cacciapuoti ha fondato il suo atelier nel 2017, nella cornice del Palazzo dei Principi Pignatelli di Strongoli, sulla Riviera di Chiaia a Napoli, ma la sua storia comincia molto prima. Inizia, come spesso accade nelle storie vere, da un bancone. Da uno scugnizzo curioso che osservava gli uomini eleganti e capiva, già allora, che l’abito racconta chi sei. Oggi quella curiosità si è trasformata in un metodo, e quel metodo in un’arte. Abbiamo incontrato Patrizio per capire cosa significa, nel 2024, costruire un abito come si costruisce un’identità.

A 16 anni osservavi gli uomini eleganti da dietro un bancone, oggi li accompagni nella costruzione della loro immagine: cosa hai imparato osservando da ragazzino, prima ancora di imparare “a fare”?
Devi pensare che nasco scugnizzo, senza nessuna cultura del vestire. Era un’altra epoca, parliamo del 1978. A 15 anni, invece di andare a scuola, entro in bottega come ragazzo di servizio: quello a cui puoi chiedere di portare il caffè, togliere la polvere, ritirare della merce dai fornitori. Ma essendo sempre stato molto curioso, ho utilizzato l’incontro con i clienti come una forma di istruzione alternativa, prima osservandoli da lontano, poi in prima persona quando sono diventato venditore. In genere, chi apprezza la sartoria e l’artigianalità è accompagnato nell’intimo da una buona cultura di base. Posso dire che il lavoro l’ho imparato attraverso la loro conoscenza dell’eleganza e della sartoria napoletana. Ma non mi sono accontentato: ho cercato di prendere da ognuno tutto ciò che poteva rendermi migliore, prima di tutto come persona.

Nel tuo lavoro l’abito non è solo un capo ma un dialogo: qual è la domanda più importante che fai a un cliente per iniziare davvero a capirlo?
Disse un vecchio artigiano che ho avuto l’onore di avere come amico e collaboratore, davanti a uno specchio, mentre il cliente provava un abito, “‘o vestito chiù bell ve l’aggià fa ancora.” Il vestito più bello te lo devo ancora fare. La relazione è il segreto della riuscita di un capo sartoriale, perché solo attraverso la conoscenza puoi realizzare qualcosa che rappresenti davvero il sentire di chi lo indosserà. Non c’è una domanda in particolare. C’è solo il desiderio di costruire, con l’ascolto, una relazione che non si limiti alla realizzazione di un semplice vestito.

Il su misura viene spesso raccontato come esclusivo, ma nel tuo approccio sembra diventare qualcosa di più “personale”: qual è la differenza?
Esclusivo parla di distanza, di un oggetto raro, irraggiungibile, che si possiede. Personale parla di riconoscimento. Un abito su misura esclusivo può essere fatto benissimo e non dire niente di chi lo porta. Un abito personale, invece, è quello in cui ti riconosci appena lo indossi, e in cui gli altri riconoscono te. La vera sartoria non produce capi, produce identità. E l’identità non si trova in un tessuto, si trova in una conversazione lunga, a volte in anni di rapporto. È quella la vera esclusività: non l’oggetto, ma il processo che lo genera.

Ogni abito nasce da un incontro: quanto conta l’ascolto rispetto alla tecnica nella riuscita finale?
L’ascolto è sicuramente molto importante, ma il messaggio che deve passare è: mi sto prendendo cura di te, e lo faccio sulla base di un’esperienza e una conoscenza maturate in più di quarant’anni. Ti ascolto, cerco di capire cosa può piacerti, ma soprattutto cerco di non farti sbagliare. In poche parole, cerco di far valere il mio sapere.

Napoli è il cuore della tua visione: cosa significa oggi portare avanti la sartoria napoletana senza limitarla alla tradizione?
C’è una frase di Umberto Eco che porto nel cuore e nella testa: siamo nani sulle spalle di giganti. Questo è il mio approccio alla sartoria. Tutto quello che sappiamo di questo lavoro è stato già inventato, già pensato. Qualcun altro prima di noi ha reso la sartoria napoletana un brand di nicchia conosciuto a livello mondiale. Il nostro dovere è rispettare ciò che è venuto prima, cercando di ripetere nel modo giusto quello che altri hanno creato, adattandolo ai nostri tempi.

Nei tuoi capi convivono artigianalità e contemporaneità: come si costruisce questo equilibrio senza perdere identità?
La prima cosa che dico sui social o ai miei clienti è: io non sono un sarto. C’è una scena che ricordo nitidamente, trentacinque anni fa: una signora accompagnò il marito in negozio sperando che scegliesse qualche giacca. Il signore era restio, diceva “ho già il mio sarto.” E lei: “ho capito che hai il sarto, ma le cose che ti fa ti fanno sembrare più vecchio.” Lì ho capito qual era il mio ruolo: essere il trade union tra il committente e l’artigiano, rubare dalla moda le idee e applicarle alla vecchia scuola sartoriale per renderla più adatta ai nostri tempi. Qualcosa che, oltre ad essere fatta bene nel rispetto dell’arte, potesse  – ribaltando la frase di quella signora – far dire: “quest’abito ti fa sembrare più giovane.”

Il cliente partecipa alla creazione del suo abito: quanto cambia il risultato quando qualcuno si sente davvero coinvolto?
Credo sia giusto che il cliente partecipi attivamente, ma questo dipende dalla sua cultura e dalla storia della sua famiglia. A Napoli, l’alta borghesia e la nobiltà sanno di stile e di sartoria, a volte più di quanto ne so io. Con quelle persone lo scambio avviene su un linguaggio comune. Con chi invece non è avvezzo a questo mondo, credo sia più giusto prenderlo per mano e accompagnarlo verso un’eleganza senza tempo, che interpreti il più possibile lo spirito di chi dovrà indossare quei capi.

Dopo trent’anni di esperienza, cosa guardi come prima cosa quando osservi un uomo e immagini per lui un abito?
Ho notato nel tempo che le professioni influenzano lo stile degli uomini. Un architetto difficilmente ha un look che lo accomuni a un ingegnere: il primo sarà più creativo, il secondo più razionale. Banchieri, politici, manager avranno un linguaggio più istituzionale, quasi rassicurante verso i loro interlocutori. Ho notato anche che c’è un linguaggio dello stile che inizia a Milano e si ferma a Roma. Il Sud, forse condizionato dalla nostra storia, dai greci, dagli arabi, dai normanni, dai francesi, dagli spagnoli, dagli austriaci, è più creativo e più libero nella scelta di colori e tessuti. È abbastanza comune vedere professionisti meridionali con gli spezzati, blazer colorati abbinati a pantaloni grigi, mentre al Nord si preferisce l’abito intero. Si dice che gli uomini più eleganti d’Italia, e quindi del mondo, siano gli avvocati napoletani e quelli siciliani. Tutte queste informazioni mi aiutano nel consigliare l’abito più adatto.

Parli spesso di eleganza come cura maniacale del dettaglio: qual è quel dettaglio invisibile, o nascosto, che cambia tutto e rende un look memorabile?
Un mio cliente di Torino mi disse: il diavolo si nasconde nei dettagli. C’è una parola antica, sprezzatura, che arriva dal XVI secolo. Significa questo: un uomo veramente elegante compie azioni anche complesse nell’abbinare colori, accessori, materiali, ma tutto questo scompare davanti alla disinvoltura e alla naturalezza del gesto. Un’eleganza che non arriva gridata, ma sussurrata. Che non si fa notare, ma si fa ricordare.

Nel tempo hai visto cambiare gli uomini e il loro modo di vestirsi: oggi cosa cercano davvero quando entrano in sartoria?
Mi conforta, dopo quarant’anni, vedere come quest’arte sia riuscita a rimanere fedele a se stessa al di là delle mode del momento. Credo che certe persone di buona cultura capiscano quanto è importante consumare con consapevolezza. In un tempo dove tutto dura poco, amori, amicizie, oggetti, la sartoria è una certezza, qualcosa che ti accompagna per una vita e che può essere tramandata. E quindi credo che oggi le persone fuori dal gregge cerchino qualcuno, o qualcosa, di cui potersi fidare.

I tuoi capi nascono per durare anni, non stagioni: cosa significa oggi creare un abito che possa essere tramandato, in un sistema dominato dalla fast fashion?
Significa fare un atto di resistenza, prima ancora che di stile. C’era una tradizione nelle nobili famiglie napoletane: i guardaroba ricchi di abiti e cappotti di alta qualità venivano lasciati in eredità ai nipoti, che tornavano nelle stesse sartorie dove erano stati realizzati per ristrutturarli. Ecco cosa vuol dire tramandare: non lasciare un oggetto, ma lasciare un modo di stare al mondo. La cura, la lentezza, l’attenzione. La fast fashion ha venduto l’idea che vestirsi sia consumare, comprare, usare, buttare, ricominciare. Ma un abito pensato per un uomo preciso, costruito con tessuti che migliorano col tempo, non entra in quel ciclo. Ne è fuori per natura. Ho visto figli venire da me con la giacca del padre, non per nostalgia, ma perché quell’abito era ancora vivo, ancora attuale, ancora degno di essere indossato. In un certo senso, fare sartoria oggi è un atto politico. È dire che non tutto deve essere usa e getta. Che alcune cose meritano di durare.

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