Emergenza economia: ecco cosa è il MES

Ci risiamo. La riforma del Fondo salva-stati – o più precisamente del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) – rischia di saltare ancora una volta. E ancora una volta soprattutto per l’indisponibilità dell’Italia a seguito di aspre critiche che non provengono solo dai partiti di opposizione, ma anche da una parte significativa della maggioranza di governo.

A breve i Ministri dell’economia e delle finanze dei paesi dell’Eurozona dovrebbero nuovamente discutere dell’approvazione della riforma del MES, dopo il nulla di fatto dello scorso dicembre ufficialmente per motivi burocratici, ma in realtà per l’opposizione da parte del nostro paese (e con una certa insofferenza da parte degli altri). Il nuovo nulla di fatto sarà probabilmente legato alla esigenza di affrontare, comprensibilmente, l’emergenza del coronavirus. Difficile quindi che il negoziato venga chiuso nei prossimi giorni, tanto più perché le critiche italiane rimangono immutate.

La questione è quindi la stessa di qualche mese fa: malgrado la riforma del MES presenti alcune zone d’ombra, bloccarla è davvero nell’interesse dell’Italia? Per rispondere bisogna anzitutto fare un passo indietro e ricordare perché il MES era stato creato.

Perché un fondo salva-stati?

Tutto nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del tracollo finanziario.  Ci si era scontrati con l’art. 123 dei Trattati che vieta agli stati membri (e alla BCE) di ‘salvare’ paesi in difficoltà. La logica di questo articolo è chiara: gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso. Ma i tempi erano eccezionali e la crisi mordeva l’economia reale e tagliava posti di lavoro. Da qui l’aggiramento dell’art. 123 prima con un fondo temporaneo (l’EFSF che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il MES, peraltro dietro forte richiesta dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso il ripagamento del proprio debito pubblico risultasse insostenibile. Una ipotesi tutt’altro che peregrina.

Nasce dunque il MES: una organizzazione internazionale costituita con un Trattato affiancato – ma non incluso – in quelli Ue e che può contare su un capitale di 700 miliardi di euro di cui gli stati membri iniziano a versare pro quota 80 miliardi di euro (con quasi il 27% del capitale la Germania è il primo contributore; l’Italia partecipa con il 18%). Il MES può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Il MES prende le proprie decisioni con una super maggioranza dei voti dei paesi membri e opera in stretto coordinamento con la Commissione europea cui spetta, ad esempio, la negoziazione sul MoU con il paese coinvolto e con la BCE e il FMI (nel caso in cui quest’ultimo venga coinvolto nel salvataggio).

La riforma del MES

Perché si è però sentita l’esigenza di riformare il MES? Un po’ tutti concordano che il MES abbia bisogno di chiarire meglio il proprio ruolo e debba essere ricompreso all’interno della cornice istituzionale dell’Ue. In pratica si teme che il MES, così come è oggi, non risulti pienamente adeguato nel caso si ripresentino condizioni che mettano a rischio la tenuta dell’Eurozona. Di riforma e rafforzamento del MES si parla ormai da alcuni anni con proposte – soprattutto da parte dei paesi ‘rigoristi’ del Nord – che in effetti avrebbero potuto essere rischiose per l’Italia. Proposte che però in buona parte sono state superate.

Dopo una lunga negoziazione, si è giunti a una soluzione di compromesso che introduce due rilevanti riforme. La prima è di grande importanza e urgenza: sarà proprio il MES a fornire il backstop al Fondo di risoluzione comune delle banche. In pratica se una o più banche fossero in grave difficoltà, il MES sarà il garante del Fondo di risoluzione comune: quest’ultimo è un fondo in corso di creazione ed è stato pensato per accantonare, tramite contributi delle banche dei paesi membri, le risorse necessarie per ‘salvare’ banche di interesse per l’intera Ue. Una riforma non facile da accettare per i paesi del Nord Europa che temono di dover far fronte agli eccessivi rischi assunti dalle banche degli altri paesi, a partire da quelle del sud dell’Europa. Val la pena al riguardo rilevare che il salvataggio delle banche in crisi può avvenire anche in paesi con conti pubblici in ordine (come ad esempio la Germania), anche se appare più probabile nei paesi finanziariamente più fragili del sud dell’Europa.

Ma la riforma del MES che ha attirato maggiori critiche è la seconda, ovvero quella che riguarda il ‘salvataggio’ di interi paesi. Questa riforma introduce novità relative alle fasi da seguire per il ‘salvataggio’. Bisogna anzitutto procedere con la ristrutturazione del debito del paese interessato tagliando il valore dei titoli del debito pubblico (c.d. ‘haircut’).

La logica è la seguente: chi ha acquistato il titolo di un paese con conti pubblici traballanti lo ha fatto perché attratto dalla prospettiva di un maggior guadagno in termini di interessi rispetto a quanto offerto da paesi con conti pubblici solidi. L’ha fatto quindi con una prospettiva di lucro, ma assumendosene anche i rischi. Appare naturale quindi che paghi le conseguenze di questo rischio con una decurtazione nel valore dei titoli che possiede. Il MES interverrà, se necessario, solo dopo questa decurtazione. I paesi del Nord spingevano perché la decurtazione (ristrutturazione del debito) avvenisse il prima possibile, per limitare al massimo l’attivazione del MES (e quindi il rischio di mettere mano al loro portafogli).

In una prima ipotesi ad esempio il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, spingeva per una ristrutturazione automatica da attivare secondo regole trasparenti e predefinite. Questa sarebbe stata una opzione potenzialmente pericolosa per un paese altamente indebitato come il nostro perché avrebbe potuto generare spirali speculative sui mercati: i grandi speculatori avrebbero infatti potuto ‘scommettere’ contro il paese in difficoltà spingendolo verso la soglia di attivazione automatica secondo il più classico esempio della ‘profezia che si auto-avvera’. Questa prospettiva è stata però fortemente attenuata nel corso della negoziazione: nell’ultimo testo del Trattato sul MES si prevede che prima dell’avvio della ristrutturazione del debito si proceda a una analisi della sostenibilità del debito, legata quindi alla futura capacità del paese di ripagarlo. Una analisi che verrà fatta sia dalla Commissione che dal MES. L’affiancamento del MES (istituzione intergovernativa), alla Commissione (istituzione sovranazionale) è uno dei punti critici della riforma: il MES prenderà in considerazione principalmente la capacità del paese di ripagare il prestito del MES stesso (e non necessariamente l’interesse dell’intera Ue, come fa invece la Commissione). Se il risultato fosse negativo, il paese sarebbe tenuto alla ristrutturazione del proprio debito, peraltro con regole di coinvolgimento dei detentori dei titoli rese più veloci e ordinate. Se il paese non presenta un debito sostenibile – malgrado la ristrutturazione del proprio debito o se si rifiuterà di provvedervi – non potrà ricorrere ai prestiti del MES.

L’Italia e il MES

Qualche passaggio critico nel nuovo Trattato sul MES esiste, ma è bene non perdere di vista un elemento cruciale: il MES rappresenta comunque un importante esercizio di solidarietà europea. Una solidarietà ancora più importante per i paesi più indebitati, a partire dall’Italia che attraverso un momento molto difficile e dovrà fare i conti con l’ingente impatto economico negativo legato al corona virus. D’altra parte quale alternativa avremmo se il MES non ci fosse? Se i mercati giudicassero insostenibile il nostro debito ci costringerebbero, di fatto, a ristrutturarlo in modo traumatico e disordinato proprio perché senza l’intervento di un arbitro pubblico (e potenziale finanziatore) come il MES. La vera questione per l’Italia non è tanto la riforma del MES, che in ogni caso è meglio avere che non avere, quanto piuttosto quella della sostenibilità del proprio debito.

Fonte: ispionline.it

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