Confindustria: economia meridionale torna a calare

Il Mezzogiorno s’è fermato. Peggio, vede materializzarsi lo spettro (tanto temuto) della recessione, con la poco allettante prospettiva — l’anno prossimo — di ricominciare un’affannosa quanto inutile rincorsa al Centronord che, da par suo, invece, si allontanerà ancora di più. Altro che 2020 anno fatidico del divario colmato, come prevedeva Pasquale Saraceno nel 1972.

Secondo Confindustria e Srm — centro studi del Gruppo Intesa Sanpaolo — dopo 4 anni di crescita, infatti, l’indice sintetico che misura lo stato di salute dell’economia meridionale torna a calare, attestandosi 30 punti al di sotto dei livelli pre-crisi.

«Pesa innanzitutto l’andamento del Pil — rileva l’aggiornamento congiunturale diffuso ieri — che evidenza un indebolimento più intenso proprio nel Sud»: le previsioni per quest’anno indicano uno sconfinamento in territorio negativo (-0,2%) a fronte di una sia pure lieve crescita del Paese (+0,2%) e del Centronord (+0,3).

Peggiora, sempre secondo Confindustria e Srm, «il clima di fiducia delle imprese, specie manifatturiere, che torna a calare»; come si ferma il trend che — fino a non molto tempo fa — fotografava la nascita di nuove aziende.

Segnali di rallentamento, poi, «per gli investimenti che si attestano a -32,3% dal picco del 2008; positivo, di contro, il trend del Credito d’imposta Sud che ha però solo contribuito a limitare i danni».

Decelerazione anche sul versante lavoro. Nonostante i riscontri positivi del terzo trimestre dell’anno, (+1,1 e +0,3% rispettivamente in Campania e Puglia rispetto al periodo al terzo trimestre 2018) «l’andamento resta stagnante, si riducono le ore procapite e aumenta la cassa integrazione. Un terzo dei nuovi assunti nel Mezzogiorno sono a tempo parziale e con titoli di studio inferiori, l’occupazione si riduce tra i laureati. L’emergenza giovanile, inoltre, non accenna a ridursi: risulta impiegato meno di 1 ragazzo su 4».

Anche per l’export, che negli anni scorsi era l’indicatore che aveva tenuto a galla l’economia del Sud, «si assiste a una inversione di tendenza con un andamento altalenante (-2,8% nei primi nove mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018)». Pesano in particolare «la debolezza delle esportazioni nei paesi dell’eurozona (principale mercato delle merci meridionali), le tensioni sui dazi con gli Usa, la flessione delle esportazioni di idrocarburi». Dalla farmaceutica, dall’elettronica e, in misura minore, dall’agroalimentare, «e dalle regioni maggiormente specializzate in tali settori, come Campania e Puglia) vengono i principali segnali positivi. Fra le destinazioni, crescono solo i Paesi europei fuori dall’area euro (Uk e Polonia) e quelli dell’America Centro Meridionale». Aumenta dell’1,8% la spesa dei viaggiatori stranieri nei primi sei mesi del 2019 in Italia (così come il peso della componente internazionale del traffico aeroportuale del Mezzogiorno) «ma ben al di sotto dell’incremento medio nazionale (+6,7%)».

Il rallentamento dell’attività economica meridionale, tornando al dato generale, che si evince anche monitorando il calo degli impieghi creditizi totali (-2,8% nel II semestre del 2019), ed in particolare quelli delle imprese, che toccano un nuovo minimo a giugno scorso, «si somma a una persistente debolezza degli investimenti pubblici, che vedono peraltro ampliarsi il divario con il resto del Paese».

«Il pacchetto di misure dedicate al Mezzogiorno contenuto nella Legge di Bilancio costituisce una prima importante risposta al rischio di avvitare l’economia meridionale in una spirale recessiva difficilmente sostenibile. Ma il rafforzamento strutturale della capacità competitiva dei territori resta un obiettivo imprescindibile: da perseguire mediante l’irrobustimento del tessuto produttivo, il rilancio degli investimenti pubblici e privati, un potenziamento della Pubblica amministrazione a supporto delle imprese».

Fonte: Corrieredelmezzogiorno

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