Simone Borrelli racconta "La Preside": la fatica di essere padre, uomo e adulto in un mondo che ti chiede di girarti dall'altra parte

Dal set di La Preside una storia di padri, ragazzi e adulti che scelgono di restare. Tra padri imperfetti, ragazzi da non perdere e la responsabilità concreta di esserci davvero.
Intervista a cura di Nina Bruno

Con la sua conclusione, La Preside lascia qualcosa di raro: non la sensazione di una storia finita, ma quella di un discorso appena iniziato. La serie ha raccontato una scuola che non è solo luogo di istruzione, ma frontiera viva tra ciò che un ragazzo rischia di diventare e ciò che potrebbe ancora essere. Un presidio fragile, esposto, necessario. Tra corridoi scrostati, aule che sembrano resistere per ostinazione e adulti che scelgono di restare, La Preside ha messo al centro una domanda semplice e feroce: chi si prende davvero la responsabilità di non perdere nessuno?
Dentro questo universo si muove Mauro, un uomo che non alza la voce ma pesa ogni scelta, che crede nella legge ma conosce le sue crepe, che prova a essere padre mentre prova a restare giusto. A dargli corpo è Simone Borrelli, attore che porta in scena un’idea di interpretazione asciutta, radicata, lontana dall’enfasi e vicina all’essenziale.
Da qui parte questa conversazione. Non per raccontare un personaggio, ma per attraversare temi come responsabilità, educazione, Sud, scelte che costruiscono un uomo prima ancora di costruire un ruolo. E, soprattutto, per provare a capire cosa significhi oggi scegliere di esserci davvero. Restare. Prendersi il peso delle cose. Anche quando è scomodo. Anche quando costa.

La serie mette in fila tradimenti, arresti, verità che emergono. Qual è la verità più scomoda che questo racconto ti ha lasciato addosso?
Secondo me la verità più scomoda che questo racconto mette in luce è che, a volte, il coraggio di una sola persona non basta. Fuori dalla scuola quei ragazzi hanno vite complesse, e una sola figura non può reggere tutto da sola. Eugenia ci riesce, ed è straordinario, ma dovrebbe essere affiancata. Dalle istituzioni, dalla politica, da un sistema che funzioni davvero. E poi c’è un’altra verità dura: in certi contesti la libertà, purtroppo, è un lusso che non tutti possono permettersi.
Mauro è un padre che vuole salvare sua figlia anche da ciò che lei desidera. Qual è il punto in cui la protezione diventa controllo?
Il punto è proprio lì: nel confine tra protezione e controllo. Da ragazzo i miei genitori mi controllavano molto, ma non per plasmarmi a loro immagine: lo facevano per capire se stessi bene, se stessi crescendo con principi sani. Oggi spesso questo controllo buono manca. Il tempo corre, siamo presi da mille cose e ci dimentichiamo di guardare davvero i nostri figli: cosa fanno, con chi sono, come stanno. Col tempo un figlio capisce che dietro quel controllo c’era solo paura che andasse tutto male.
Nel rapporto tra Mauro e Lucia c’è un non detto enorme. Che cosa si perdono i genitori quando parlano solo di regole e mai di paura?
Quando si parla solo di regole e mai di paura, si perde il dialogo. E senza dialogo le paure restano dentro e diventano mostri. I genitori dovrebbero provare di più a mettersi nei panni dei figli, soprattutto in una società che ci vuole tutti perfetti, soprattutto esteticamente. Da lì nasce la paura di non essere all’altezza. Ma chi lo decide cosa vuol dire essere all’altezza? Siamo schiacciati da stereotipi che fanno solo male. Bisognerebbe essere più se stessi e non avere paura di parlare con gli adulti, anche per aiutarli ad aprire la mente.
In un contesto come quello raccontato, la “legalità” rischia di sembrare una parola astratta. Qual è l’atto più concreto di legalità che hai visto rappresentato in scena?
L’arresto del maresciallo. È l’atto più concreto. Girarsi dall’altra parte non è mai la cosa giusta: per strada, nel lavoro, nella vita. E invece sta diventando un’abitudine. Dovremmo aiutarci di più, sostenerci di più. Ma se questo movimento non parte da chi ha responsabilità reali, si perdono le speranze. E la speranza non dovrebbe mai morire.
Se Mauro potesse dire una sola frase a sua figlia, quale sarebbe?
Le direi: “Cresci con ideali sani. Abbi il coraggio di essere forte anche per chi non ce la fa. Prova a cambiare questa terra, e vedrai che qualcosa intorno a te cambierà.”
La serie racconta un’educazione che è anche corpo: presenza, voce, sguardo, andare a prendere i ragazzi. Cosa cambia quando un adulto “c’è” davvero?
Cambia tutto. Proprio perché un adulto credibile è un adulto che c’è. Io ho una frase che mi rappresenta molto: bisogna essere. Essere corpo, anima, voce. Solo così i figli possono fidarsi. Le parole da sole servono a poco. Quando fai qualcosa di concreto, quando agisci, quando resti presente a prescindere da tutto il resto, allora sì che le cose iniziano a cambiare.
Napoli e dintorni vengono spesso raccontati con due filtri: romanticismo o condanna. Qui che filtro hai sentito più difficile da evitare?
Napoli è questo: odio e amore, inferno e paradiso, bene e male. Non credo ai filtri. Se li togliamo, Napoli smette di essere Napoli. Siamo crudi, siamo veri. È una terra che vive di contrasti, ed è proprio questo a renderla unica.
Che cosa ti irrita di più del modo in cui si parla del Sud in Italia: la pietà o la semplificazione?
Mi irrita che spesso si parli del Sud solo legandolo al degrado. Negli ultimi anni, invece, ci stiamo prendendo tante rivincite in tutti i campi, ed è sotto gli occhi di tutti. Se non fosse così, la gente non verrebbe qui da ogni parte del mondo. Napoli è una città che fa stare bene, perché noi facciamo stare bene.
La serie mette al centro ragazzi che “vogliono tutto subito”. Secondo te è impazienza… o è fame?
Secondo me non è né fame né impazienza. È il riflesso dell’epoca in cui viviamo, di un mondo che impone modelli irraggiungibili. Forse dovremmo tornare tutti un po’ alle origini, alle radici vere.
Se La Preside dovesse lasciare un messaggio pratico a chi guarda, quale dovrebbe essere?
Che nessuno si salva da solo.
Che cosa ti fa arrabbiare davvero quando si parla di camorra e ragazzi: il sensazionalismo o la rassegnazione?
La rassegnazione. Vedo ragazzi davvero abbandonati a sé stessi. Luoghi che potevano diventare spazi di crescita vengono chiusi per far posto a centri commerciali o cose inutili. Ma i ragazzi non sono beni di consumo. Sono carne, sangue, anima. E hanno diritto a possibilità infinite.
Se dovessi parlare a ragazzi che crescono in luoghi dove è facile perdersi, che cosa sceglieresti di raccontargli?
Racconterei che esistono sempre una seconda, una terza, una quarta possibilità. Infinite possibilità di scelta. Anche restando nello stesso contesto in cui vivi. Non è vero che, se nasci in un posto difficile sei condannato. Devi lottare e non scegliere mai la strada più facile. È facile essere facile. Prova a essere un outsider in un contesto già condannato. All’inizio ti vedranno come quello strano. Poi capiranno. E magari riuscirai anche a salvare qualcun altro. Come è successo a me.



