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Federico Di Napoli: quando la musica non è un approdo ma un attraversamento

Un’intervista che indaga pause, cambi di direzione e vulnerabilità come motore creativo di un’identità sempre in movimento. Tra pop e R&B, scrittura e corpo, un dialogo sulla musica come spazio di verità, trasformazione e sopravvivenza emotiva.

Intervista a cura di Nina Bruno

La musica di Federico Di Napoli nasce in uno spazio instabile e mobile, dove il pop si lascia contaminare dall’R&B, la scrittura incontra il corpo e l’identità resta una questione aperta, mai definitivamente risolta. Il suo percorso non è una linea retta, ma una traiettoria fatta di deviazioni consapevoli, arresti necessari e ripensamenti che diventano linguaggio.

Dopo l’esordio discografico, una serie di pubblicazioni accolte con crescente attenzione lo porta rapidamente a calcare palchi importanti e a confrontarsi con un pubblico sempre più ampio, fino alle grandi occasioni live e all’esperienza televisiva come cantante e performer a Made in Sud.
È in questa fase che, dai primi singoli che lo fanno emergere come una voce atipica della scena napoletana, prendono forma anche collaborazioni con artisti molto diversi tra loro — da Livio Cori a Valentina Stella, da Lucariello a Samurai Jay e Peppe Soks — che contribuiscono ad ampliare il suo vocabolario espressivo. Non semplici incontri, ma dialoghi capaci di coniugare mondi sonori, generazioni e sensibilità differenti.

Un esempio emblematico è il Progetto Rooftop, che segna l’inizio della collaborazione con il producer KeyDB. Un progetto nato lontano dai riflettori, su un tetto, scrivendo insieme e riarrangiando brani che fanno parte del patrimonio emotivo e musicale di Napoli, come quelli di Pino Daniele e Gigi D’Alessio. Non cover, ma riletture condivise, aperte nel tempo a featuring con altri artisti entrati nel format per affinità, più che per strategia.
Un luogo umano prima ancora che artistico.

È anche da esperienze come queste che emerge con chiarezza il tratto distintivo del percorso di Federico Di Napoli: la musica come spazio condiviso e non competitivo, in cui la ricerca artistica procede di pari passo con quella umana. Nel suo modo di scrivere e di stare sul palco convivono tensioni opposte — controllo e abbandono, intimità e performance, desiderio di connessione e bisogno di solitudine — che trasformano la musica in un luogo di attraversamento più che di approdo.
Non c’è mai un’estetica fine a sé stessa: ogni scelta sonora o visiva risponde a una necessità emotiva prima ancora che stilistica, lasciando un segno che va oltre il suono e incide nel modo stesso di stare dentro la musica.

Questa intervista non nasce per ripercorrere tappe o celebrare risultati, ma per fermarsi su ciò che spesso resta fuori dal racconto ufficiale: i momenti di sospensione, i cambi di direzione, le domande che accompagnano un artista quando smette di inseguire un’immagine di sé e inizia a metterla in discussione. È da lì che prende forma il dialogo.

La tua musica sembra spesso muoversi in una zona di instabilità. È un luogo che cerchi o in cui finisci inevitabilmente?
Come dice Ghemon nel suo libro: “Nessuno è una cosa sola”. E chi dice di esserlo, secondo me, finge.
La musica, per me, è un atto di verità e di istinto; quindi, è naturale finire a esplorare territori apparentemente diversi tra loro. Più che di “instabilità”, parlerei di fantasia, di sfida, di libertà.
Al centro, però, c’è sempre l’anima: è quella che tiene tutto insieme. E la mia rimane un’anima R&B, nel senso più profondo e ampio del termine. Al di là del suono, del mood, che sia uptempo o ballad, se sei vero il pubblico se ne accorge. Sempre.

A un certo punto del tuo percorso hai scelto di fermarti e rimettere mano al tuo linguaggio. Cosa non ti convinceva più di quello che stavi facendo?
È successo più volte, e non ci sono mai motivi precisi. Siamo in costante cambiamento ed è normale attraversare dubbi, paure, incertezze. Quando arriva una nuova parte di te, spaventa sempre. In quei momenti fermarsi può essere necessario: riconnettersi con l’essenza, vivere, scrivere, ascoltare, leggere… e poi tornare a pubblicare.
Quindi, quando Federico è in apparente silenzio, siate felici: significa che qualcosa di nuovo sta arrivando. Sempre.

Scrivere oggi, per te, è più un atto di controllo o di esposizione?
È un atto di sopravvivenza. Non c’è molto altro da aggiungere.
Scrivere racchiude tutto: controllo ed esposizione. Vivo per scrivere, scrivo per vivere. Non è mai stato diverso. Non riuscirei a stare in un mondo che non mi restituisce emozioni da trasformare in canzoni. Quando arrivano periodi un po’ monotoni, non aspetto: quelle emozioni me le vado a cercare io.
Non sono fatto per le cose normali. E per creare musica, per creare valore, non puoi essere una persona che si accontenta.

Nelle tue contaminazioni culturali non c’è mai citazione fine a sé stessa. Che ruolo hanno gli immaginari “altri” nel raccontare qualcosa di profondamente personale?
Troverai sempre qualcosa di profondamente tuo negli immaginari “altri”.
Per questo è importante leggere, conoscere, incontrare persone. A volte la soluzione è già dentro di te, ma hai bisogno della luce di qualcun altro per riuscire a vederla.

C’è una parte di te che la musica protegge e una che invece mette volutamente a rischio?
In realtà è la stessa parte. È la parte sensibile, vulnerabile — probabilmente la caratteristica predominante del mio carattere.
È quella che dubita, che a volte si sente stanca, ma che nella musica trova sempre conforto, rifugio e forza. Allo stesso tempo, però, è anche la parte più esposta, quella che può renderti più fragile di fronte al giudizio. È un equilibrio sottile, ma fa parte della bellezza dell’arte.

Dopo le esperienze più esposte, come la televisione e i grandi palchi, cosa è cambiato nel tuo modo di stare davanti agli altri?
Acquisisci sicurezza, autostima, energia. Una consapevolezza che poi influisce in modo positivo su tutto: su come canti, su come scrivi, su come ti muovi, anche inconsciamente.
Esci meglio in video, canti meglio nei pezzi, scrivi meglio le canzoni.
Per un carattere come il mio, stare costantemente in campo e in contatto con il pubblico è fondamentale. Il pubblico è il mio carburante.

Oggi ti interessa di più essere riconoscibile o restare in trasformazione, anche a costo di spiazzare chi ti segue?
Oggi mi interessa soprattutto essere coerente con me stesso, ascoltarmi davvero. Seguire le visioni che arrivano, anche a costo di sbagliare.
Mi interessa l’energia giusta, quella buona, quella che tira fuori le cose migliori dalla musica.
È questa la mia priorità adesso: la connessione con l’essenziale, come dice Rick Rubin.

Se tra dieci anni riascoltassi oggi una tua canzone, cosa speri di riconoscere di te e cosa invece speri di non ritrovare più?
Spero — e sono sicuro — di riconoscere lo stesso fuoco che mi ha portato fin qui. Lo stesso bambino che sognava di diventare un tatuaggio sulla pelle di qualcuno là fuori. Spero invece di non ritrovare più dubbi e incertezze nella voce, nelle parole, nei respiri. Anche se, per un artista, riascoltare un pezzo vecchio è quasi sempre un trauma: dopo qualche anno sembra sempre più brutto.
Ma è una cosa buona. Significa che stai alzando l’asticella.

Su cosa stai lavorando adesso, musicalmente parlando?
Volete sapere cosa bolle in pentola?
C’è qualcosa di molto bello e gratificante che né io, né Stefano — il mio manager — né il resto del team avremmo mai immaginato potesse arrivare in questo momento del percorso. Non voglio aggiungere altro, sono scaramantico e vivo sempre con la paura che qualcosa che ottengo possa sfuggirmi dalle mani.
Posso solo dire che sarà musicalmente un anno importante. Non parlo solo di numeri, ma di consapevolezza e posizionamento.

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