
Da San Leucio un modello sorprendentemente moderno, scoperto per caso, che oggi mette in discussione il nostro presente

Non ne sapevo nulla.
Il Codice Leuciano è entrato nel mio orizzonte quasi per caso.
Durante una tavola rotonda organizzata da AIDDA, l’associazione di cui faccio parte, in una sala del Comune di Napoli alla presenza di figure rilevanti impegnate sul tema delle pari opportunità, si è acceso un confronto su una delle questioni più centrali del nostro tempo.
L’incontro, dal titolo “Leadership femminile: donne che guidano il futuro”, ha posto al centro il ruolo delle donne nei processi decisionali e produttivi, mettendo in luce sia i traguardi raggiunti sia le disuguaglianze ancora presenti, a partire dal persistente divario salariale.
È stato in quell’occasione che una relatrice ha parlato del “Codice Leuciano”, portando con sé anche il volume. Ciò che mi ha colpito è stato il modo in cui lo ha presentato: non come un semplice oggetto storico, ma come qualcosa di vivo, ancora capace di interrogare il nostro presente.
Nel 1789, mentre in Europa si affermavano nuovi ideali politici, nel Regno di Napoli prendeva forma un esperimento sociale unico, voluto da Ferdinando IV di Borbone per organizzare la vita della comunità di San Leucio (Ce).
Non si trattava solo di regole. Era una visione.
Una società in cui il lavoro, l’istruzione e la dignità delle persone venivano prima dei privilegi.
Tra gli aspetti più sorprendenti di questo codice c’era il ruolo delle donne.
In un’epoca in cui erano spesso escluse dalla vita pubblica ed economica, a San Leucio le donne lavoravano nei setifici, contribuivano alla produzione e facevano parte attiva del sistema.
Non erano figure marginali, ma ingranaggi essenziali di un modello produttivo organizzato.
Il lavoro femminile non era lasciato al caso: era regolato, riconosciuto, inserito in un sistema che cercava di evitare lo sfruttamento. Allo stesso tempo, anche l’istruzione era garantita sia ai bambini che alle bambine, segnando un passo importante verso una società più equa.
Il principio di fondo era chiaro: il valore di una persona non dipendeva dal genere, bensì dal contributo che offriva alla comunità.
Ed è qui che nasce una riflessione inevitabile.
A più di due secoli di distanza, in un mondo che si definisce avanzato e progressista, le donne continuano in molti casi a percepire salari inferiori rispetto agli uomini a parità di lavoro.
Le disuguaglianze persistono, spesso in forme meno visibili ma ancora profonde.
Il paradosso è evidente:
un esperimento sociale del Settecento aveva già intuito l’importanza di includere le donne nel sistema produttivo con dignità e riconoscimento, mentre oggi, nonostante leggi, dibattiti e progresso tecnologico, quella piena uguaglianza è ancora incompleta.
Forse il vero interrogativo non riguarda il passato, ma il presente.
Se già nel 1789 si poteva immaginare una società più equa, perché oggi facciamo ancora così fatica a realizzarla davvero?



