Giancarlo Donadio: “Dare voce agli altri è il modo più onesto che conosco per capire me stesso”

Giornalista e fondatore di Pandant, ha attraversato storie potenti, contraddittorie, fuori scala. Fino a capire che raccontare non basta: a un certo punto bisogna diventare la propria storia

Giancarlo Donadio ha passato anni a entrare nelle vite degli altri. Le ha ascoltate da vicino, nei dettagli, nelle crepe, nei momenti in cui le persone smettono di raccontarsi “bene” e iniziano a raccontarsi davvero. Ha incontrato imprenditori, artisti, visionari, comandanti di mare. Ha scritto per loro, su di loro, a volte al posto loro. Il suo nome non sempre compare. Spesso è una voce senza volto, una presenza che si dissolve nel testo, che sparisce appena la storia è in piedi. È il mestiere del ghostwriter: fare in modo che l’altro sembri più sé stesso di quanto riuscirebbe da solo.
Ma c’è una cosa che succede quando fai questo lavoro abbastanza a lungo: smetti di pensare che le storie siano solo degli altri. Ti restano addosso. Un imprenditore agricolo che ti dice che lui, almeno, cammina davvero sulla terra. Un capo indiano che sogna di comprare la Coca-Cola. Un armatore che di notte, in mezzo all’Atlantico, alzava gli occhi verso le costellazioni per non avere paura. Queste cose non le dimentichi. Ti cambiano il modo in cui guardi tutto, il tuo lavoro, la tua città, la tua vita sull’asfalto.
E a un certo punto ti costringono a una domanda scomoda: tu, invece, cosa stai costruendo?
Questa intervista è il tentativo di risponderci.
Hai appena scritto un toccante ricordo di Salvatore Lauro, armatore campano, fondatore di Lauro.it Spa, diventato a 18 anni il più giovane comandante d’Italia, morto pochi giorni fa. Nel pezzo scrivi che è entrato nella tua vita in punta di piedi. Com’era davvero, quel rapporto? Cosa ti ha lasciato?
All’inizio era un rapporto che mi metteva quasi a disagio. Di fronte a quell’uomo, a quel comandante che aveva realizzato i suoi sogni imprenditoriali, provavo una forma di soggezione. Quando ammiri qualcuno così tanto, è naturale sentire una distanza.
Poi, però, è stato lui ad accorciarla. Con il suo modo di fare è riuscito a mettermi a mio agio. Non era semplice umiltà: era qualcosa di più profondo, una curiosità autentica verso le persone. Anche verso di me. Come se ogni individuo potesse rappresentare, ai suoi occhi, un frammento di futuro.
Oggi resta un ricordo dolceamaro. Mi aveva parlato dei suoi progetti, del desiderio di ampliare il suo libro con nuovi aneddoti e storie. Quelle storie non le conoscerò mai davvero. E sono certo che sarebbero state straordinarie.
Quante delle persone che hai intervistato, che hai raccontato, sono rimaste dentro di te anche dopo che il pezzo era chiuso e pubblicato?
Tantissime. Come in ogni lavoro ci sono momenti di routine e momenti “wow”: quelli in cui, attraverso la storia di qualcuno, ritrovi una parte di te.
In quei momenti senti il bisogno di raccontare al meglio, di restituire dignità e forza a quella vita. E ti restano dentro frasi, immagini, intuizioni che ti accompagnano per anni.
Non necessariamente di persone famose. Ricordo un imprenditore agricolo, ex avvocato, che aveva lasciato tutto per coltivare grani antichi. Mi disse: «A differenza tua, io oggi cammino davvero sulla terra». In quel momento mi resi conto di quanto la mia vita, vissuta sull’asfalto, avesse un sapore artificiale, distante anni luce dal potenziale della natura.
Hai raccontato Bud Spencer, Elon Musk, un armatore di Ischia. Cosa hanno in comune, per te, tutte queste vite?
Tutte le grandi storie hanno in comune una forma di sofferenza e, direi, anche di insoddisfazione.
In Morte a Venezia di Thomas Mann, il protagonista afferma – cito a memoria – che tutto ciò che è bello al mondo è sopravvissuto al dolore e ai grandi strazi della vita. Credo che sia proprio questo il punto: la sofferenza rende le storie umane più profonde, più vere, e quindi degne di essere raccontate.
Esiste una domanda che fai sempre, quando devi raccontare le vite altrui?
Mi piace molto parlare degli errori come momento formativo. Chiedo sempre quali sono gli sbagli che hanno commesso e che non ripeterebbero.
Sono convinto che la cultura dell’errore, la capacità di non averne paura, di riconoscerlo e di non ricaderci, sia una chiave per comprendere davvero la tempra di una persona. Se qualcuno non ha difficoltà ad ammettere i propri errori, significa che ha una consapevolezza profonda del proprio percorso e che, nonostante il successo, riesce a restare con i piedi per terra.
Mettersi sullo stesso piano dell’interlocutore: in alcuni tuoi scritti l’hai riconosciuta come qualità rara. Ce l’hai anche tu? O è qualcosa che hai dovuto imparare a costruire?
Ci sono cose che nascono spontaneamente e altre che vanno coltivate. Io ho sempre amato fare da “microfono”: ascoltare, non giudicare, cercare di comprendere.
Nelle vite degli altri c’è sempre qualcosa di estremamente interessante, al punto che la tua può sembrarti più piccola. Ma è proprio lì che accade qualcosa: nelle storie degli altri trovi parti di te che non avevi ancora capito.
Forse c’entra anche il fatto che, da ragazzo, avrei voluto fare l’attore ma non ho mai avuto il coraggio. In qualche modo, quando ascolto qualcuno, cerco di mettermi nei suoi panni, proprio come farebbe un attore con un copione.
Ovviamente è una dote che deve essere reciproca. Se l’altro non è disposto allo scambio, diventa difficile. Ricordo un’intervista complicata con Oliviero Toscani: rispondeva a monosillabi. A un certo punto, per stemperare, gli chiesi cosa facesse nel tempo libero e mi rispose che «andava in bagno»… ma non in modo così elegante. Fu una lezione anche quella.
Scrivi anche come ghostwriter, dai voce ad altri perfino quando il tuo nome non compare. Come si sta, in quel posto?
Si sta bene nella fase della scrittura: l’ascolto, l’immersione, il desiderio di comprendere l’altro e di calarsi nei suoi panni.
Ricordo che Lauro mi raccontò di quando, da giovane, attraversava l’Atlantico. Aveva paura, il mare era mosso, temeva per la sua vita. E poi, di notte, usciva sul ponte e restava a guardare le costellazioni. La bellezza sta proprio lì: vivere quel momento attraverso gli occhi di qualcun altro.
La parte più difficile arriva dopo. La mancanza di riconoscimento pesa: quel libro non è mai tuo, appartiene a un altro. Ma col tempo impari ad accettarlo.
Mia madre mi dice spesso: «Ma perché non scrivi un libro tuo?». In realtà uno l’ho scritto, in compartecipazione: Startup, sogna, credici, realizza, Hoepli. Però è vero: quando sei immerso nei progetti degli altri, tendi sempre a rimandare i tuoi.
Se dovessi scegliere una sola storia tra tutte quelle che hai raccontato — non la più importante, ma quella che senti ancora addosso — quale sarebbe?
Sicuramente quella di Chief Billie, il capo dei Seminole legato a Hard Rock Café. Lo incontrai da ragazzo, a Venezia.
Era un indiano seminole con una storia incredibile. Nato “meticcio”, rischiò di essere ucciso dalla sua stessa tribù. Poi organizzò una sorta di milizia per contrastare i narcotrafficanti che operavano nelle terre seminole, distruggendo le nuove generazioni. In seguito sfruttò una legge sul gioco d’azzardo per installare i primi casinò nella riserva, ma non divenne un capitalista senza scrupoli: assegnò a ogni famiglia seminole una quota dei proventi, permettendo ai figli di studiare e formarsi. Ha vissuto da protagonista la guerra in Vietnam, ha inciso un disco e vinto un Grammy.
Quando lo intervistai gli chiesi quale fosse il suo più grande sogno. Mi rispose: comprare il marchio Coca-Cola. Questo, da solo, racconta molto della sua visione.
A un certo punto hai smesso di raccontare solo le storie degli altri e hai fondato la web agency Pandant. Come nasce: da un’intuizione, da una necessità?
Nasce da un senso di insoddisfazione. Lavoravo molto, ma ero sempre solo. Le redazioni erano a Milano o a Roma, io lavoravo da Napoli.
Avevo bisogno di costruire qualcosa insieme ad altre persone. E ho avuto la fortuna di incontrare Gennaro Sannino, giornalista di grande talento e uomo di straordinaria affidabilità, e Carmen Guarino, con un mix raro di competenze finanziarie e creative e la capacità di adattarsi a ogni strumento del content marketing.
Con loro ho iniziato questa avventura nel 2017. In quasi dieci anni abbiamo ampliato il team e lavorato per brand importanti come Adecco, Eolo, STMicroelectronics, Gruppo Feltrinelli. Non avremmo mai scommesso su tutto questo, ma è successo. E oggi siamo ancora qui, in evoluzione, con un legame umano e professionale che si è consolidato nel tempo.

C’è una contraddizione tra quello che facevi prima – raccontare le vite degli altri – e il costruire qualcosa di tuo, con il tuo nome sopra?
Non credo. C’è solo un sogno: diventare una delle storie che ho raccontato.
Pandant è ancora in cammino, così come le nostre competenze imprenditoriali. Stiamo imparando a stare sul mercato. Ma mi piacerebbe che un giorno Mattia, il figlio della mia compagna, potesse essere orgoglioso di quello che ho costruito. Ha nove anni, scrive lettere e poesie, ha una creatività naturale. Forse è un desiderio un po’ egoista, ma mi piacerebbe che lui proseguisse quello che sono riuscito a costruire e che, anche grazie al suo contributo, Pandant potesse crescere, durare nel tempo e diventare una delle realtà più solide del content marketing in Italia.
Hai una storia che vorresti raccontare e che ancora non hai trovato il coraggio, o il modo, di raccontare?
Sicuramente quella di mio padre.
È scomparso quando avevo 18 anni. Aveva perso suo padre a 9 anni, era stato cresciuto da un prete, aveva scoperto a 30 anni di avere una sorella. Ha vissuto un’infanzia poverissima, in una casa di trenta metri quadri. Poi si è reinventato: prima impiegato, poi rappresentante. Ha costruito una famiglia, ha fatto studiare tutti e tre i figli.
E proprio quando avrebbe potuto godersi la vita, dopo anni passati tra Napoli e Salerno, si è ammalato ed è morto a cinquant’anni.
Era troppo giovane. E il suo eroismo silenzioso non sono ancora riuscito a raccontarlo davvero.



