
Gomorra – Le origini non nasce per riscrivere ciò che già conosciamo.
Nasce per tornare indietro, fermarsi prima, osservare meglio. Non solo l’inizio di un percorso criminale, ma un tempo preciso della vita: quello in cui si è ancora troppo giovani per capire davvero le conseguenze delle proprie scelte, ma già abbastanza grandi da subirle.
A cura di Nina Bruno

Ambientata nella Napoli del 1977, la serie non corre verso il mito né verso la tragedia annunciata. Si ferma prima. Osserva l’età in cui il desiderio non è ancora potere, ma bisogno di riconoscimento, di appartenenza, di riscatto. Un’età in cui l’innocenza non sparisce all’improvviso, ma si consuma lentamente, mentre il mondo intorno cambia forma.
Gomorra – Le origini ha un passo diverso: più lento, più malinconico, quasi trattenuto. Non è una serie da consumo rapido, ma un racconto che chiede tempo, attenzione, permanenza. Come il cinema d’autore, lavora sui silenzi, sui gesti minimi, su ciò che sembra irrilevante e invece prepara la frattura.
Pietro, prima del nome, prima del ruolo
Al centro di questo tempo sospeso c’è Pietro Savastano. Prima del cognome, prima del ruolo, prima dell’icona. Il Pietro interpretato da Luca Lubrano è un ragazzo che osserva più di quanto agisca, che assorbe il mondo prima ancora di tentare di dominarlo. Non ha ancora la postura del comando né la lucidità del calcolo: porta addosso il peso di aspettative che non sa nominare, ma che sente come urgenti.
La serie lavora per sottrazione. Pietro non viene costruito come “anticipazione” del boss, ma come luogo di accumulo: affetto, paura, desiderio di riscatto, senso di responsabilità verso il gruppo convivono senza un ordine preciso. È un equilibrio instabile, tipico di quell’età in cui tutto sembra possibile e tutto può andare storto. Il suo bisogno di essere riconosciuto non nasce dalla sete di dominio, ma dal legame con gli amici, dal desiderio di contare qualcosa all’interno di un microcosmo che gli restituisca identità.
È qui che Gomorra – Le origini sposta il fuoco: non sul destino già scritto, ma sul momento in cui il destino inizia a restringersi. La ferocia non è ancora visibile, resta compressa, in filigrana. In superficie affiora un’umanità fragile, esposta, incompleta. Ed è proprio questa fragilità a rendere Pietro così intenso: non per ciò che è, ma per ciò che potrebbe diventare. Guardarlo significa assistere a un tempo in cui tutto poteva ancora andare diversamente, e proprio per questo fa più male.


Raccontare un’età, non un destino
Alla guida del progetto c’è Marco D’Amore, supervisore artistico e regista, oltre che parte attiva nel lavoro di scrittura, che sceglie consapevolmente di spostare lo sguardo. Non sull’epica del potere, ma su un’umanità acerba, imperfetta, vulnerabile.
«Gomorra racconta un mondo di adulti con una visione cinica e spietata della realtà, che mirano al potere puro. Qui invece i protagonisti sono dei ragazzini, con i loro sogni, i loro desideri, le loro speranze. Non vogliono potere: vogliono essere belli, mangiare in certi ristoranti, avere certe ragazze, senza rendersi conto dei pericoli in cui incorrono. Questo ci ha permesso di scaldare la temperatura della serie, di raccontare la perdita dell’innocenza, che va di pari passo con il cambiamento della città».
Non è un racconto pedagogico, né una spiegazione del male. È un’osservazione attenta di un passaggio, quello in cui crescere diventa una corsa senza strumenti, e il contesto pesa più delle intenzioni.
«I protagonisti di Gomorra sono ragazzi che non sognano come gli altri bambini. Questo dialoga con il presente: oggi ci sono bambini che vedono le loro città e le loro case rase al suolo. Mi chiedo cosa provino, e che adulti diventeranno. Quando racconto le vite altrui non voglio insegnare nulla: sono solo echi di domande che ci tormentano».
Domande che la serie non chiude, ma lascia sospese.

Lello: fragilità sotto la superficie
Accanto a Pietro si muove Lello, uno dei personaggi che meglio raccontano quell’età sospesa in cui l’innocenza non è ancora scomparsa, ma sta già iniziando a incrinarsi sotto il peso del contesto. Cresce in un ambiente difficile, degradato, con poche opportunità reali, e questo incide profondamente sul suo percorso. Come spiega Antonio Del Duca, «crescere in un contesto difficile, degradato e poco stimolante dal punto di vista delle opportunità rende più probabile l’imbocco di percorsi sbagliati». Lello coltiva un sogno personale, ma il luogo in cui cresce restringe lo spazio delle possibilità, rendendo alcune scelte più accessibili di altre.
All’esterno appare forte, quasi spavaldo, ma è una forza di facciata. «Lello sembra una persona dal carattere forte, ma interiormente è fragile e insicuro: teme di perdere gli amici e gli affetti che rappresentano per lui un punto di riferimento quotidiano». È questa paura, più che l’ambizione o la ricerca del potere, a muoverlo: il bisogno di restare dentro un gruppo, di non essere lasciato indietro, di non perdere l’unica forma di appartenenza che conosce.
La serie sceglie di raccontarlo senza chiedere allo spettatore di assolverlo. «Un personaggio così giovane può essere raccontato senza giustificarlo completamente, mostrando la sua complessità attraverso gli avvenimenti delle puntate». Il contesto viene mostrato, le fragilità emergono, ma «allo stesso tempo sono chiare le conseguenze delle sue scelte».
C’è però una scena apparentemente minima che restituisce tutta la complessità di Lello meglio di qualsiasi snodo narrativo: lui e Rosalba (Carmen Signoriello) che escono insieme e condividono un pasticcino alla panna. Un gesto semplice, quasi infantile, che per un istante sospende il peso del mondo. Il tempo rallenta, l’orrore resta fuori campo, e affiora una leggerezza destinata a durare pochissimo. È un’immagine che richiama, in filigrana, una delle sequenze più struggenti di C’era una volta in America: la charlotte russa di Patsy, la fame che vince sul desiderio, l’ingenuità di un ragazzo che resta tale proprio nel momento in cui sta per smettere di esserlo.
In quella dolcezza condivisa c’è tutto ciò che Lello rischia di perdere. Un frammento di normalità che resiste per un istante, prima che la realtà presenti il conto. Ed è proprio in questo spazio fragile che Gomorra – Le origini trova una delle sue immagini più dolorose: l’innocenza che non salva, ma che esiste ancora, mentre l’orrore avanza.
Manuele: l’energia prima della frattura
Se Lello mostra la crepa, Manuele è ciò che ancora resiste. Il personaggio interpretato da Mattia Cozzolino porta in scena una vitalità ancora intatta, uno slancio che sopravvive nonostante il contesto. «Manuele è molto solare, sveglio e pieno di energia», racconta l’attore. «Nell’interpretazione ho messo molto di me stesso. Mattia e Manuele si somigliano molto ed è stato naturale trovare un punto d’incontro».
Questa energia, però, non è leggerezza inconsapevole. Entrare in quel mondo è stato «una sfida intensa, bellissima e divertente, ma allo stesso tempo molto impegnativa», un’esperienza che gli ha restituito molto «sia a livello umano che artistico». Manuele vive il gruppo come spazio di gioco, di complicità, di appartenenza, ma si muove già su un confine fragile, dove la possibilità di restare innocenti si assottiglia.
Affrontare il tema della violenza è stato uno degli aspetti più duri. «Proprio per questo sento il bisogno di lanciare un messaggio ai ragazzi di oggi: esiste sempre una possibilità di scelta». Una possibilità che la serie non idealizza né rende semplice: «Anche partendo da contesti difficili, si può decidere di intraprendere una strada diversa, più pulita e consapevole». Ma è una possibilità fragile, esposta, mai garantita.
Manuele incarna l’istante che precede la frattura. Gomorra – Le origini lo osserva mentre quella energia è ancora viva, mentre la scelta non è ancora definitiva. Ed è proprio questa sospensione a renderlo uno dei personaggi più dolorosi del racconto.
Mimì: la resistenza prima della deriva
Più in là, già dentro un altro perimetro, c’è Mimì. Si muove all’interno della banda di Angelo ‘A Sirena, carismatico malavitoso interpretato da Francesco Pellegrino, che lavora per il clan dei Villa gestendo una bisca clandestina, un ruolo che gli sta stretto. Intorno a lui si stringe un gruppo di amici prima ancora che di complici: Tresette (Ciro Burzo), ’A Macchietta (Luigi Cardone) e Mimì, interpretato da Antonio Buono.
Mimì è quello che non entra subito nell’orrore, ma lo guarda arrivare. «All’inizio Mimì lotta contro questo richiamo criminale, ha timore di immergersi in quel tipo di vita, non solo per sé stesso, ma anche per la sua compagna e per il futuro di entrambi». È una paura che la serie lascia emergere senza enfasi, nei silenzi, nelle esitazioni, nei momenti in cui Mimì sembra voler restare un passo indietro.
Anche per Buono il lavoro sul personaggio non è stato immediato. «Quando mi sono trovato davanti alla sceneggiatura è stato amore a prima vista, ma quando ho cominciato a dare vita a Mimì è stato strano, sia capirlo che accettarlo». Un processo fatto di domande continue: «Mi chiedevo sempre il perché di ogni azione e comportamento del mio personaggio».
La violenza non è un tratto originario. «Mimì non nasce violento, lo diventa per via del corso degli eventi». Sotto la cupezza resta però un nucleo profondamente umano: «Di me c’è solo il lato buono e umano». Le sue scelte nascono dalla lealtà e dal desiderio di garantire un futuro migliore a chi ama, anche se «sono scelte poco convenzionali e assolutamente non giustificate».
Nel racconto dell’orrore, Mimì diventa così una figura di soglia. «È un racconto, come leggere un romanzo». Una storia che non parla solo di criminalità, ma «della perdita dell’innocenza, dei rapporti, degli amori, dei legami». E allo spettatore Gomorra – Le origini chiede solo questo: «essere guardata, affidandosi al giudizio e all’intelligenza di chi guarda».
Gomorra – Le origini non cerca di spiegare il male né di renderlo accettabile. Racconta il momento in cui qualcosa si rompe, quando l’infanzia viene consumata prima del tempo e il futuro si restringe fino a sembrare un’unica strada.
Non consola. Non rassicura. Non promette redenzione. Mostra la perdita mentre accade. E chiede allo spettatore di non distogliere lo sguardo.



